Il commerciale è numeri e relazioni
Le relazioni le sapevo costruire. Mi mancavano i numeri. Quando li ho aggiunti, i clienti hanno smesso di guardare la mia età.
Quando lavoravo in Samsung, nei primi giorni in cui ho conosciuto un collega mi sono accorto di una cosa che lì per lì mi ha dato fastidio: il suo modo di lavorare era completamente diverso dal mio. E funzionava meglio.
Non ero alle prime armi. Me la cavavo bene, avevo buoni rapporti con i clienti, lavoravo con cura. Proprio per questo è stato un colpo: non stavo guardando qualcuno che faceva meglio la stessa cosa, stavo guardando un altro modo di fare il mestiere. E mi ha costretto a rimettere in discussione parecchio di quello che davo per scontato.
La differenza non l’ho capita dalle sue parole. L’ho capita guardandolo lavorare. Si sedeva con un cliente e sapeva tutto: come stava andando, cosa si muoveva, cosa no. Non a grandi linee: nel dettaglio. E il cliente, davanti a lui, cambiava atteggiamento. Ascoltava di più, chiedeva di più, si fidava di più.
Io fino a quel momento avevo relazioni sane e un lavoro fatto bene. Ma il polso vero della situazione commerciale non ce l’avevo. Non me lo chiedeva nessuno, il ruolo non lo prevedeva, e quindi non me lo chiedevo nemmeno io. Avevo metà del mestiere e pensavo fosse tutto.
Da lì ho cambiato approccio. E con l’approccio è cambiata una cosa che non mi aspettavo: l’autorevolezza che avevo agli occhi dei clienti.
Oggi funziona così, ed è semplice: i miei clienti sanno che io so. Ogni giorno, al centesimo. Se vogliono un dato, ce l’ho. Questo crea una prevedibilità sana nei miei confronti, che vale più di qualsiasi presentazione: non devono chiedersi se sono preparato, lo danno per certo.
Questa prevedibilità, però, non è gratis. Porta con sé una responsabilità precisa, che nasce dalle aspettative: i clienti non sanno solo che io so. Sanno che saprò sempre, in qualsiasi momento. E questo vuol dire una cosa sola: essere preparato ogni giorno, non solo quando c’è un appuntamento importante.
Per anni l’ho fatto a mano. Fogli Excel, file, report, tutto quello che poteva tornarmi utile, messo insieme e analizzato pezzo per pezzo. Ci ho dedicato tantissimo tempo, spesso tempo libero. Oggi, per fortuna, sto automatizzando tutto questo con l’IA (ne ho parlato qui): il lavoro di raccolta lo fa la macchina, a me resta la parte che conta, cioè capire cosa dicono quei numeri e cosa farne con il cliente.
E qui arriva la parte che mi interessa di più, perché i numeri da soli sono freddi. Quando l’altro sa che sei solido, il rapporto si mette alla pari. E quando sei alla pari si passa più tempo insieme, si chiacchiera, si parla anche d’altro. È lì che il rapporto si cementa davvero, ed è lì che si scoprono cose che in una trattativa non verrebbero mai fuori.
L’ho visto bene quando sono entrato nel settore in cui lavoro oggi. Ero il più giovane. Molti clienti avevano vent’anni più di me, di età e di esperienza, e il pregiudizio si sentiva: cosa vuoi insegnarmi tu? Non l’ho smontato con le parole. L’ho smontato presentandomi ogni volta sapendo esattamente come stavano le cose. Dopo un po’, la domanda è sparita.
Quel collega, qualche tempo dopo, è diventato il mio capo, e lo è stato per alcuni anni. Oggi ha fatto carriera in Samsung, meritatamente. Io ho preso una strada diversa, anche grazie a quello che ho imparato da lui. E quella lezione me la porto dietro ogni giorno: il commerciale non è solo numeri, e non è solo relazioni. È un equilibrio tra le due cose. Troppi numeri e diventi freddo; solo relazioni e diventi simpatico, ma poco affidabile. La chiave è imparare a camminare su quel filo sottile. E a farlo con leggerezza.
Alla fine, i numeri ti danno credibilità e le relazioni ti danno fiducia. Il mestiere è non perdere mai l'equilibrio tra le due.