Business & mentalità manageriale

Condivido quello che imparo lavorando sul campo.

Per chi ha voglia di migliorarsi un passo alla volta. Niente proclami, solo quello che ho visto funzionare davvero.

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Giuseppe Mercadante
Parola data·Ossessione batte talento·Ascolto·IA applicata al lavoro·Storie di business· Parola data·Ossessione batte talento·Ascolto·IA applicata al lavoro·Storie di business·

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anni di esperienza commerciale

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anni di esperienza nelle relazioni interpersonali nel mondo del lavoro

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righe di codice sapevo scrivere prima di iniziare

Giuseppe Mercadante durante il periodo Samsung Italia

Chi sono

Sono area manager nel settore dell'arredo, dove gestisco una rete di rivenditori e i rapporti con i professionisti del territorio. Ma questo spazio non parla di quel mondo: parla di come lavoro, e di quello che ho imparato lungo la strada.

Da ragazzo lavoravo come cameriere nel ristorante di famiglia, un lavoro che detestavo ma che mi ha insegnato a parlare con sconosciuti e a capire cosa cercasse davvero chi avevo davanti. Per otto anni sono stato responsabile di area per Samsung Italia, occupandomi di gestione del territorio e della parte marketing legata al territorio: un periodo che è stato fondamentale per la mia formazione, mi ha dato struttura, velocità, e l'abitudine a essere di parola.

Presentazione del progetto Edra sul territorio

Oggi sono attivamente impegnato nel progetto legato al territorio per Edra, dove mi occupo della gestione della rete commerciale e dei rapporti con una rete di partner tra architetti e designer. In parallelo, mi sto costruendo da solo — senza saper programmare — uno strumento digitale per gestire il mio lavoro, usando l'intelligenza artificiale come guida. Non sono un esperto di niente in particolare. Sono solo uno che ha deciso che la costanza conta più del talento, e che ha voglia di raccontarlo.

Quello a cui tengo

Parola data

Se dico che qualcosa arriva domani, arriva domani. E se le cose si complicano, non sparisco: aggiorno, ridefinisco la data, e la rispetto.

Ascolto

Dietro un problema c'è quasi sempre un bisogno più semplice: sentirsi capiti prima ancora che risolti.

Costanza

Non sono nato bravo in niente. Ho solo deciso, un giorno alla volta, di esserlo.

Scritti

L'ossessione batte il talento

Metodo

Non sono mai stato il più bravo. Ho imparato che la costanza, ripetuta ogni giorno, batte quasi sempre il lampo di genio isolato.

Non sono mai stato il più bravo. Diciamolo subito, senza girarci intorno. Non sono nato con un talento naturale per le vendite, e men che meno per le relazioni umane. Quella parte, in particolare, ho dovuto costruirmela sul campo, e non in modo elegante: da ragazzo lavoravo come cameriere nel ristorante di famiglia, un lavoro che detestavo con tutto me stesso, ma che mi ha costretto a parlare con sconosciuti anche quando mi vergognavo da morire, a capire al volo cosa volesse davvero chi avevo davanti, e a restare piacevole anche nelle giornate in cui avrei voluto solo stare zitto in un angolo.

Quello che ho capito, dopo anni sul campo, è che il talento è sopravvalutato. Punto. Conosco persone molto più dotate di me che si sono fermate a metà strada, magari dopo i primi risultati facili, convinte che sarebbe bastato quello. E conosco persone meno dotate di me che sono arrivate molto più lontano, semplicemente perché non hanno mai mollato. La costanza, ripetuta ogni singolo giorno con la stessa cura, batte quasi sempre il lampo di genio isolato. Sempre.

Per me questo si traduce in una cosa piuttosto semplice da dire e parecchio scomoda da fare: fare le cose bene non una volta, ma sempre. Rispettare gli orari, anche quando ti costa una fatica boia. Curare i dettagli anche quando nessuno se ne accorgerebbe, forse mai. Tornare a farsi le stesse domande su un cliente o un progetto, anche quando ti sembra di aver già capito tutto e vorresti solo andare avanti.

Non è una ricetta magica, e non voglio venderla come tale. È anche piuttosto scomoda da seguire, perché richiede di ripetersi ogni giorno senza scorciatoie, senza il weekend libero dalla disciplina. Ma è l'unica cosa che ho visto funzionare davvero, sia per me che per le persone più brave di me che ho avuto la fortuna di osservare da vicino in questi anni.

Alla fine, forse, non serve nascere pronti. Basta decidere di esserlo ogni giorno.

Se dico domani, è domani

Etica

La fiducia si costruisce su cose piccolissime, ripetute. E quando qualcosa slitta, la cosa peggiore che puoi fare è sparire.

Ci sono cose che si dicono per abitudine, quasi in automatico: "te lo mando domani", "entro stasera hai il preventivo", "la prossima settimana ti do una risposta". Per un sacco di gente sono frasi di cortesia, riempitivi, roba che si dice così, per chiudere la conversazione. Per me no. Per me sono impegni, punto e basta.

Ho imparato presto, e a volte a mie spese, che nel mio lavoro quello che vale davvero non è quanto sei bravo a vendere una volta sola, ma quanto le persone possono fidarsi di te nel tempo. E la fiducia, diciamocelo chiaro, si costruisce su cose piccolissime, ripetute all'infinito: se dico che una cosa arriva entro una certa data, deve arrivare entro quella data. Anche quando è scomodo. Anche quando sarebbe molto più semplice prendersi due o tre giorni in più senza che nessuno se ne accorga davvero.

Poi però, diciamocelo, la vita reale succede. A volte per motivi che non dipendono minimamente da te una scadenza salta, un fornitore fa ritardo, qualcosa va storto a monte. In quei momenti la cosa peggiore che puoi fare, la peggiore in assoluto, è sparire, sperando che l'altro se ne dimentichi da solo. Non funziona così, e onestamente non dovrebbe funzionare così. Quello che conta davvero, in quei casi, è farsi vivi comunque: dire che ci si sta lavorando, che serve un po' più di tempo del previsto, e dare una nuova data. Che poi va rispettata con la stessa identica serietà della prima, altrimenti diventa solo una scusa spostata avanti.

Questo vale con un cliente, con un collaboratore, con un collega, non fa differenza. Non è questione di essere infallibili sui tempi, nessuno lo è davvero. È questione di essere prevedibili nel modo giusto, anche e soprattutto quando le cose si complicano e sarebbe più facile far finta di niente.

Alla fine, la parola data non è un dettaglio. È tutto quello che resta, quando il resto si dimentica.

Il problema del cliente non è mai solo il problema

Ascolto

Prima ancora della soluzione, una persona vuole sapere che qualcuno ha capito il suo fastidio.

Quando un cliente ti contatta perché qualcosa non va, il primo istinto, quasi automatico, è buttarsi subito sulla soluzione: capire cos'è successo, come si risolve, quanto tempo serve. Ed è giusto, per carità, nessuno vuole un consulente che si perde in chiacchiere. Ma da solo non basta, e qui sta il punto.

Quello che ho imparato negli anni, spesso a fatica, è che dietro un problema tecnico c'è quasi sempre anche un bisogno molto più semplice, che spesso conta più della soluzione stessa: sentirsi ascoltati. Una persona che ti scrive perché un prodotto ha un difetto, o un progetto è in ritardo, prima ancora della riparazione vuole sapere una cosa sola: che qualcuno ha capito il suo fastidio, che non è solo un numero di pratica buttato in mezzo a cento altre.

Mi capita spesso, spessissimo, di rispondere subito, anche solo per dire "ho letto, mi sto informando, ti aggiorno a breve", prima ancora di avere la soluzione pronta in mano. Sembra un dettaglio da niente, uno di quei gesti che non cambiano la sostanza. E invece cambia completamente la percezione: il cliente non si sente abbandonato mentre aspetta, e questo, fidatevi, fa una differenza enorme.

Risolvere il problema resta ovviamente l'obiettivo finale, su questo non si discute. Ma il modo in cui accompagni quella soluzione, il tempo che dedichi ad ascoltare prima ancora di agire, è quello che poi le persone si ricordano davvero, molto più della soluzione tecnica in sé. Alla lunga, è quel dettaglio lì che ti fa scegliere di nuovo la prossima volta.

Alla fine, si risolve un problema con le competenze. Ci si guadagna una persona con l'ascolto.

Mi sto costruendo da solo il mio strumento di lavoro con l'IA

Tecnologia

Non so programmare. Ma oggi la tecnologia permette anche a chi parte da zero di iniziare a costruire qualcosa di concreto.

Non so programmare. Ve lo dico chiaro fin da subito: non ho mai scritto una riga di codice in vita mia. L'idea di avere uno strumento su misura per gestire clienti, vendite e progetti ce l'avevo in testa da un pezzo, ma fino a poco fa restava lì, chiusa in un cassetto, perché mi sembrava roba per addetti ai lavori, non per uno come me che a stento sa aprire un terminale.

Quello che è cambiato non sono io, diciamocelo pure: è la velocità con cui questo mondo si è mosso negli ultimi tempi. Nel giro di poco, l'intelligenza artificiale è diventata uno strumento che chiunque può iniziare a usare per costruire qualcosa di concreto, anche partendo davvero da zero, anche senza aver mai toccato una riga di codice in vita sua. E questo mi ha fatto scattare qualcosa dentro: se non serve più essere un programmatore per iniziare, allora forse posso davvero provarci anche io.

Detto questo, non fraintendetemi, perché qui casca l'asino per tanti: non è un gioco da ragazzi, ed è importante dirlo forte e chiaro. Serve tempo, serve pazienza vera, serve rivedere ogni cosa più e più volte, testare quotidianamente quello che costruisci, capire cosa funziona e cosa proprio no, e soprattutto avere ben chiaro in testa cosa vuoi ottenere prima ancora di metterti lì. Non è magia che scende dal cielo, è lavoro, solo un tipo di lavoro che fino a poco tempo fa non era proprio accessibile a chi come me parte da zero assoluto.

Sto ancora costruendo il mio, un pezzo alla volta, con calma, tra un impegno e l'altro. Ma il solo fatto di poterci provare oggi, con un po' di costanza e senza dover tornare a scuola per anni, è qualcosa che qualche anno fa avrei considerato completamente fuori portata per uno come me.

Alla fine, non serve arrivare pronti alla tecnologia. Basta che la tecnologia sia pronta per farti iniziare.

Ray Kroc, o di come l'ossessione per il sistema batte anche una buona idea

Storie

Non inventò il fast food. Ma capì che un buon sistema, ripetuto migliaia di volte, vale più dell'idea originale.

Ray Kroc non ha inventato il fast food, e badate bene, non ha nemmeno inventato McDonald's. Questo lo dico subito perché è la parte che spiazza sempre chi non conosce la storia. Il primo ristorante, con quel sistema di preparazione veloce che lo rendeva unico per l'epoca, l'avevano già creato i fratelli McDonald in California, molto prima che Kroc entrasse in scena. Kroc lo scoprì per caso, vendendo loro dei frullatori, di tutte le cose. E lì capì qualcosa che nessun altro aveva visto prima: quel sistema poteva essere replicato ovunque, migliaia di volte, sempre identico.

Da quel momento iniziò a costruire l'impero che conosciamo tutti, con un'ossessione quasi maniacale per la standardizzazione: ogni patatina fritta doveva avere esattamente lo stesso taglio, ogni panino la stessa cottura al secondo, ogni ristorante la stessa identica esperienza, che fosse in California o dall'altra parte del paese, a migliaia di chilometri di distanza. Non era il prodotto più geniale del mondo, diciamocelo, era il sistema più ripetibile che si fosse mai visto in quel settore.

Ma qui arriva la parte scomoda della storia, quella che spesso si tende a saltare, perché non tutto in questa vicenda merita ammirazione. Kroc finì per estromettere gradualmente gli stessi fratelli McDonald dal controllo del marchio che portava il loro cognome, in una battaglia legale ed economica piuttosto spietata, lasciandoli fuori dal successo enorme che il loro sistema originale aveva reso possibile. Non proprio un finale da manuale di leadership etica.

È una storia che racconta bene due facce della stessa medaglia, ed è per questo che mi piace tanto raccontarla: da una parte il valore enorme della costanza e della standardizzazione applicate con vera ossessione, dall'altra il prezzo etico che qualcuno può scegliere di far pagare ad altri pur di arrivare primo. Ammirare il metodo, in altre parole, non significa dover ammirare ogni singola scelta fatta per applicarlo.

Alla fine, i sistemi vincono le battaglie. Ma il modo in cui li costruisci racconta chi sei davvero.

La responsabilità della consulenza

Fiducia

Un passo indietro può farti fare tre passi avanti. A volte il consiglio più prezioso è dire a un cliente di lasciar stare.

Un passo indietro può farti fare tre passi avanti. Ve lo dico subito perché è il concetto centrale di tutto l'articolo, poi vi spiego perché ci credo così tanto.

Ci sono clienti che non hanno nessun problema a spendere. Zero. Ti direbbero sì a qualsiasi cosa gli proponi, perché si sono innamorati del brand, del progetto, di quello che stai costruendo insieme a loro. E qui, diciamocelo, sarebbe facilissimo approfittarne. Nessuno se ne accorgerebbe, il cliente sarebbe comunque contento nell'immediato, e tu ci guadagneresti di più. Semplice, no?

Ecco, no. Vi racconto un caso vero, senza nomi ovviamente, di un progetto che ho seguito tra quest'anno e l'anno scorso. Cliente con disponibilità economica praticamente illimitata, letteralmente innamorato dell'azienda per cui lavoro, uno di quelli che ti dice "fammi vedere, prendo tutto quello che mi consigli". Il tipo di cliente che, a essere cinici, è un sogno per chiunque faccia il mio lavoro.

Solo che mi sono accorto di una cosa: quella persona aveva bisogno di essere seguita bene, non assecondata e basta. Aveva un'idea di progetto in testa, e un paio di prodotti che voleva a tutti i costi semplicemente non ci stavano, dal punto di vista progettuale. Costavano anche parecchio, sia chiaro, quindi dire di no significava lasciare sul tavolo del fatturato vero, non simbolico.

Gli ho detto: aspetta, lasciamo stare per ora, ragioniamoci quando il progetto è completo. Non un "no" secco, ma un "non ancora, non così". E indovinate un po'? A progetto finito è tornato da me e mi ha dato completamente ragione. Quei prodotti, inseriti prima, avrebbero rovinato tutto l'equilibrio di quello che avevamo costruito. Da lì è tornato più volte per altri arredi, sempre fidandosi ciecamente di quello che gli dicevo, e onestamente con quella persona si è creato un rapporto che va ben oltre il lavoro: è diventata amicizia vera. Perché ha capito, in quel momento lì, che tipo di persona ha davanti. Uno che non gli dirà sempre sì solo per convenienza.

Questo è il punto: se dici sempre sì, il cliente prima o poi lo capisce, magari non subito, magari dopo mesi, ma lo capisce. E da quel momento ogni tuo consiglio vale zero, perché sa che diresti sì comunque. Se invece qualche volta gli dici no, motivato, onesto, anche a costo di perderci, il giorno che gli dici sì quel sì pesa davvero. Vale molto di più.

So bene che questo cozza con l'immagine classica del commerciale, quello che ti venderebbe ghiaccio all'eschimese pur di chiudere. Ma la consulenza vera, quella che ti porta clienti che restano anni, funziona all'esatto contrario: metti le esigenze reali della persona che hai davanti prima del numero che vorresti fare a fine mese. È una responsabilità che ti prendi, non solo una tattica furba per sembrare onesto. Ed è anche la cosa più difficile da spiegare a chi guarda solo i risultati del trimestre.

Alla fine, si vince un cliente dicendogli sì. Ma te lo tieni per anni dicendogli, quando serve, di no.

Fuori dal lavoro

Fotografia, passione personale dal 2016

Non è solo lavoro, promesso. Dal 2016 ho una passione per la fotografia che negli anni è diventata quasi un'ossessione, la stessa costanza di cui parlo qui applicata a tutt'altro campo.

Se ti va di dare un'occhiata, ho anche un canale social dedicato solo a questo: Instagram fotografia.

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