Ho insegnato a due IA a lavorare in squadra, ora ho un team che lavora mentre io faccio altro
Anche l'IA ha bisogno di un revisore. Non essendo un programmatore, gliene ho dato uno: un'altra IA. Poi ho dovuto insegnare a tutte e due a lavorare insieme.
Non so programmare. Eppure oggi costruisco software con l’IA, e ne ho già parlato qui. C’è però un passaggio che all’inizio non avevo capito, e che ha cambiato tutto.
Quando cominci a usare l’IA, la prima fase è lo stupore. Tutto sembra perfetto, lineare, immediato. Chiedi e ottieni. Poi, dopo un po’, inizi a vedere le crepe. Non perché l’IA sia scarsa: resta stupefacente. Ma anche lei, come chiunque lavori bene, ha bisogno di qualcuno che controlli il suo lavoro.
E lì avevo un problema: quel qualcuno non potevo essere io. Non sono un programmatore, non ho l’occhio per trovare un errore in mezzo a migliaia di righe di codice.
La scelta più logica era un’altra IA. Ho fatto qualche ricerca per capire quale fosse la più efficace nella revisione, e ho scelto Codex. Da allora lavorano in coppia: Claude scrive, Codex controlla. E non con i guanti: il suo compito è fare il revisore tecnico critico, una giuria severa sul lavoro dell’altra.
È stato un punto di svolta. Lì ho capito davvero quanto si potesse migliorare il lavoro.
Il primo limite è arrivato subito. Le due IA lavoravano sullo stesso progetto, ma ognuna per conto suo: non sapevano cosa stesse facendo l’altra. Potevo solo affiancarle. Così ho costruito una “skill”, cioè un insieme di istruzioni che tutte e due seguono, per farle parlare tra loro e tenersi aggiornate sul lavoro in tempo reale.
Risolto un problema, ne è arrivato un altro. Quando una delle due finiva il suo pezzo, l’altra non se ne accorgeva: restava ferma finché qualcuno non la “svegliava”. E quel qualcuno ero io. Così ho migliorato la skill perché si passino il turno da sole: quando tocca a Codex rivedere un pezzo di codice, si attiva; quando tocca a Claude correggere, riparte lei.
Quando l’ho costruita avevo cercato, ma non avevo trovato niente che funzionasse come volevo io. Forse avevo cercato male. Così, scrivendo questa nota, sono tornato a cercare, con più calma. Qualcosa c’è: OpenAI, l’azienda che ha creato Codex, ha pubblicato uno strumento ufficiale per fargli revisionare il lavoro di Claude, e in rete si trovano diverse soluzioni costruite da altri sviluppatori. Le ho guardate una per una. Fanno bene una parte del lavoro: uno scrive, l’altro controlla, si corregge finché non è tutto a posto.
Ma nessuna di quelle che ho trovato fa tutto quello che serviva a me. E le differenze, guarda caso, sono proprio le cose che ho imparato gestendo persone.
La prima: il controllo è proporzionato al rischio. Prima di toccare qualsiasi cosa, la mia skill valuta quanto è delicata la modifica: si può tornare indietro? Tocca dati veri? Tocca la sicurezza? Una cosa piccola si fa e basta, una delicata passa dalla revisione, una rischiosa ha bisogno che il piano venga approvato prima ancora di scrivere il codice. Come in un’azienda: non chiedi la firma del direttore per comprare le penne, ma per un contratto sì.
La seconda: quando non si trovano d’accordo, decide una persona. Se dopo due giri di correzioni il revisore non è ancora convinto, le due IA si fermano e chiamano me. Non vanno avanti all’infinito a correggersi a vicenda, consumando tempo e risorse.
La terza: l’ultima parola è mia, e vale per una versione precisa. Il “via libera” del revisore non basta a pubblicare niente. Serve il mio, ed è legato a quella versione esatta del lavoro: se dopo cambia anche una virgola, il via libera non vale più.
La quarta: quando tocca a me, me lo dicono loro. Le due IA si passano il turno da sole e, quando serve una mia decisione, mi arriva una notifica sul telefono con scritto cosa devo decidere. Io non devo stare lì a controllare a che punto sono.
È qui che il lavoro ha cambiato forma. Prima ero io a fare da campanello tra le due. Adesso lavorano in squadra: una scrive, l’altra controlla, si passano il turno. E io, nel frattempo, faccio altro. Questo non vuol dire che facciano tutto da sole. La rotta la decido io, all’inizio: cosa costruire, perché, con quali priorità. Loro eseguono e si controllano a vicenda, e quando serve una decisione mi chiamano. Non devo più stare lì a guardarle, ma la direzione resta mia.
La quinta: tutto quello che succede viene registrato, e ogni passaggio è legato al precedente. Se qualcuno ne ritocca uno, il registro se ne accorge. E se qualcosa va storto, so esattamente chi ha fatto cosa e quando.
Funziona. Adesso sto misurando quanto consuma questo lavoro a due, perché lo stupore non basta: a fine ottobre avrò i numeri per capire se ne vale la pena anche nei costi. E se tutto funziona come deve, la pubblicherò su GitHub, il sito dove gli sviluppatori condividono il codice, così chi vuole potrà usarla o migliorarla.
La cosa che mi ha colpito di più, però, non è tecnica. È che queste regole le conoscevo già. Sono le stesse che servono per far funzionare una squadra: ruoli chiari, controlli indipendenti, un punto in cui qualcuno si prende la responsabilità di decidere. Con le persone le avevo imparate sul campo. Con le IA le ho dovute mettere per iscritto.
Ed è qui che, secondo me, si gioca la partita dei prossimi anni. Non su chi sa usare l’IA, perché presto la useremo tutti. Ma su chi la sa organizzare: chi sa dare a ogni strumento un ruolo, mettere i controlli nel posto giusto e, soprattutto, non delegare mai l’ultima parola.
Alla fine, l'IA può scrivere e può controllare. Ma decidere resta un mestiere da persone.